Colonia Italia: 3. Imperialismo culturale

di Alessandro Freddi

(segue: 2. L’industria culturale come macchina del consenso)

«Finché la sua figura sorridente passeggerà innocentemente per le strade del nostro Paese, finché Paperino sarà potere e rappresentazione collettiva, l’imperialismo e la borghesia potranno dormire sonni tranquilli.»

Ariel Dorfman e Armand Mattelart scrissero queste parole nel 1971, in Cile, un anno prima del golpe di Pinochet. Il loro bersaglio era Paperino: non il personaggio in sé, ma il sistema di valori che trasportava — la logica dell’oro, l’individualismo, la subordinazione dei Paesi poveri a quelli ricchi — distribuito capillarmente attraverso fumetti, film, pupazzi, canzoni. Era imperialismo culturale. E per la prima volta era chiamato con questo nome.

Da processo a progetto

Le due puntate precedenti hanno descritto meccanismi: l’egemonia come costruzione del consenso (Gramsci), l’industria culturale come standardizzazione del gusto e del desiderio (Adorno e Horkheimer). Entrambi i quadri teorici descrivono processi e strutture. Il concetto di imperialismo culturale aggiunge qualcosa di diverso e di decisivo: nomina gli attori. Non soltanto un sistema anonimo che produce consenso, non soltanto una logica del Mercato che standardizza i prodotti culturali: un progetto con soggetti identificabili, risorse misurabili e obiettivi dichiarati.

Questa distinzione non è accademica. Cambia ciò che si cerca e ciò che si può dimostrare. Se l’egemonia è un processo diffuso che opera attraverso mille canali, e l’industria culturale è una logica strutturale del Capitalismo, l’imperialismo culturale è una politica: ha un governo che la pianifica, delle multinazionali che la eseguono, un bilancio che la finanzia, dei funzionari che ne misurano i risultati. E ha documentazione.

Schiller: il complesso militare-industriale-comunicativo

Nel 1969, Herbert I. Schiller pubblica Mass Communications and American Empire. Il titolo è già una tesi. L’America ha un impero. Le comunicazioni di massa ne sono lo strumento principale. E l’impero non si esercita con le truppe: si esercita con i programmi televisivi, con le agenzie pubblicitarie, con i satelliti per le telecomunicazioni, con la rete di basi militari che garantisce la libertà di flusso delle informazioni secondo i termini stabiliti da Washington.

Va precisato che Schiller è un teorico polemico, non un osservatore neutrale: le sue conclusioni sono state oggetto di ampio dibattito accademico e non vanno assunte come dati acquisiti ma come tesi interpretative solide e documentate. Detto questo, il nesso che descrive tra il complesso militare-industriale americano e l’industria delle comunicazioni poggia su elementi verificabili. Il Pentagono finanzia la ricerca tecnologica che produce i satelliti. Le multinazionali mediatiche come RCA e ABC sono tra i principali fornitori della Difesa. Lo Stato e il Mercato non sono separati: sono alleati in un progetto comune di proiezione globale del modello americano. “Riconoscere il potere economico e le conoscenze comunicative come complementari nell’effettiva promozione di un secolo americano”, scrive Schiller, è ciò che distingue l’imperialismo contemporaneo dall’imperialismo coloniale tradizionale.

I dati che cita sono precisi e verificabili. Nel 1967 un funzionario dell’USIA, l’agenzia governativa americana per la comunicazione internazionale, testimonia davanti a una commissione del Congresso che le esportazioni televisive americane si avvicinano ai 100 milioni di dollari l’anno, e che lo schermo televisivo sta diventando la principale fonte dell’“immagine americana” per decine di milioni di persone nel mondo. L’Italia è citata esplicitamente tra i Paesi in cui le tendenze del Mercato televisivo seguono il modello americano. Non è casualità: è politica commerciale sistematicamente perseguita.

L’altro nodo che Schiller svela è quello della commercializzazione dei sistemi radiotelevisivi europei. Prima della televisione, tutti i Paesi europei avevano adottato il modello del servizio pubblico: la radio era delle istituzioni statali, non degli inserzionisti pubblicitari. Con l’avvento della televisione questo argine cede progressivamente. La Gran Bretagna cede nel 1954, la Francia segue. La pressione è quella delle multinazionali americane e delle loro agenzie pubblicitarie, già insediate in decine di Paesi europei, che esigono mercati aperti per i propri messaggi commerciali. La liberalizzazione dei sistemi televisivi europei non è spontanea: è il risultato di una pressione organizzata.

Latouche: dall’americanizzazione all’occidentalizzazione

Vent’anni dopo Schiller, il filosofo ed economista francese Sérge Latouche radicalizza la tesi. Il suo L’occidentalizzazione del mondo, pubblicato in Francia nel 1989 e tradotto in italiano da Bollati Boringhieri nel 1992, sposta il fuoco dall’americanizzazione all’occidentalizzazione. Non è soltanto l’America che esporta il proprio modello: è l’Occidente nel suo complesso con la sua razionalità economica, la sua concezione lineare del progresso, il suo culto della tecnica e del Mercato che si impone al resto del mondo come unica forma possibile di civiltà.

Il passaggio teorico è importante. Latouche scrive esplicitamente: “Il più antico nome dell’occidentalizzazione del mondo era semplicemente la colonizzazione e il vecchio imperialismo. Se lo sviluppo non è stato che la prosecuzione della colonizzazione con altri mezzi, la nuova mondializzazione, a sua volta, non è che la prosecuzione dello sviluppo con altri mezzi.” La catena è continua: colonizzazione, imperialismo, sviluppo, mondializzazione. Cambiano i mezzi, rimane la struttura di dominio.

La specificità del contributo di Latouche sta nell’identificare ciò che si perde nel processo di uniformazione: non soltanto mercati locali o industrie nazionali, ma immaginari. Le culture non-occidentali non vengono soltanto economicamente subordinate: vengono epistemicamente svuotate. I propri strumenti di lettura del mondo (le proprie categorie di tempo, di valore, di relazione con la natura e con la comunità) vengono progressivamente sostituiti con quelli del paradigma occidentale, che si presenta non come una tra le possibili visioni del mondo ma come la razionalità stessa. Chi non vi aderisce è irrazionale, arretrato, non ancora moderno.

Per la serie che stiamo costruendo, questo salto è rilevante: il processo che interessa l’Italia non è soltanto l’adozione di prodotti culturali stranieri, ma la progressiva sostituzione dei propri strumenti di auto-comprensione con quelli del modello anglosassone. Il Paese che smette di pensarsi con le proprie categorie e comincia a giudicarsi con quelle altrui ha già subito la trasformazione più profonda.

Il contrappeso: Tomlinson e i limiti della categoria

Nel 1991, lo stesso anno in cui esce la versione originale di Latouche, il sociologo britannico John Tomlinson pubblica Cultural Imperialism: non una difesa della categoria ma un esame critico dei suoi limiti. Tomlinson distingue quattro diversi discorsi che si nascondono sotto la stessa etichetta: l’imperialismo dei media, il discorso nazionalista, la critica del Capitalismo globale, la critica della modernità. Ciascuno di questi discorsi descrive fenomeni reali, ma non sono equivalenti e non si possono trattare come un unico oggetto.

L’obiezione più acuta di Tomlinson riguarda l’agentività: la tesi dell’imperialismo culturale tende a dipingere le culture riceventi come passive, come se i Paesi non-americani non avessero capacità di selezione, resistenza o rielaborazione. Ma le culture non sono contenitori vuoti che si riempiono di contenuti importati. Selezionano, trasformano, ibridano. Il fatto che i giovani di mezzo mondo ascoltino musica americana non significa che la ascoltino nello stesso modo in cui la intendeva chi la produceva.

L’obiezione è fondata e va accolta. Tuttavia, come già osservato nella puntata precedente a proposito di Adorno ed Eco, la capacità delle culture riceventi di rielaborare i contenuti importati non cancella la struttura di potere entro cui quella rielaborazione avviene. Un Paese che può scegliere soltanto tra prodotti provenienti da un sistema culturale esterno non è libero perché può scegliere: la libertà di scegliere tra versioni dello stesso modello non è alternativa al modello.

Cosa resta della categoria

“Imperialismo culturale” è una categoria imperfetta, come quasi tutte le categorie utili. Il merito di Tomlinson è di averne precisato i confini. Il merito di Schiller e Latouche è di averla costruita. Ciò che essa ci dà, e che i concetti di egemonia e di industria culturale da soli non danno, è la possibilità di nominare i responsabili. Non soltanto un processo, non soltanto una struttura: un progetto, con attori identificabili, bilanci documentabili, dichiarazioni di intenti rintracciabili negli archivi.

Questa possibilità di nominare i responsabili è ciò di cui i cicli successivi avranno bisogno. Il Piano Marshall non è un processo anonimo: ha un autore, un bilancio, un obiettivo dichiarato. L’USIS non è l’industria culturale in astratto: è un’agenzia governativa con uffici in ogni città italiana, finanziata con fondi federali, con un mandato esplicito di influenza culturale e informativa sulle popolazioni europee — se quella influenza abbia prodotto una trasformazione sistematica del senso comune italiano è precisamente ciò che i cicli successivi si propongono di dimostrare. Il Congresso per la Libertà della Cultura non è egemonia gramsciana: è un’operazione finanziata dalla CIA, con nomi, date e ricevute.

(segue)

Riferimenti bibliografici

Schiller, H.I. (1969). Mass Communications and American Empire. Beacon Press [II ed. aggiornata: Westview Press, 1992].

Latouche, S. (1989). L’occidentalisation du monde. La Découverte [trad. it. L’occidentalizzazione del mondo, Bollati Boringhieri, 1992].

Dorfman, A. e Mattelart, A. (1971). Para leer al Pato Donald. Ediciones Universitarias de Valparaíso [trad. it. Come leggere Paperino, Feltrinelli, 1972].

Tomlinson, J. (1991). Cultural Imperialism: A Critical Introduction. Johns Hopkins University Press.

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